Marzo 31, 2008
Il calcio piange una nuova vittima, Matteo Bagnaresi, 28 anni laureato e ultras del Parma, morto in una stazione di servizio ad Asti, investito da un pullmann che trasportava tifosi juventini. E come con la morte di Gabriele Sandri, il tifoso laziale morto quattro mesi fà anche in questo caso rimangono zone d’ombra. La morte di Bagnaresi infatti è stata frettolosamente catalogata dalla pubblica sicurezza come tragico incidente. Forse per evitare problemi di ordine pubblico, forse per la naturale propensione delle nostre autorità ad una certa reticenza nella ricostruzione puntuale e trasparente, resta il fatto che vi sono altre testimonianze che parlano di un inseguimento con spranghe e coltelli ai danni dei tifosi juventini che si erano rifugiati nel pulmann e che il tifoso morto aveva cercato di tagliare la strada all’automezzo in corsa. Si spera che a differenza di quanto avvenne con Sandri in questa vicenda i fatti vengano ricostruiti con maggiore chiarezza.
Altra cosa che lascia perplessi è la tendenza italica alla santificazione del morto sempre e comunque. Matteo Bagnaresi veniva descritto dai conoscenti come un bravo ragazzo; eppure era reduce i da un Daspo, il divieto a partecipare a manifestazioni sportive, della durata di 3 anni. E nelle sue prese di posizione emergeva tutta l’ambiguità di valori del mondo ultrà: si rivolgeva ai tifosi avversari con ammonimenti minacciosi del tipo «non venite se no ci penseremo noi a cacciarvi indietro» e esprimeva contrarietà “ai pestaggi sleali e fini a se stessi”. Bisogna domandarsi dunque: esistono pestaggi leali? E qual’è la discriminante fra un pestaggio leale ( e legittimo) e uno sleale? e chi è che deve giudicare della “lealtà” del pestaggio? Domanda retorica: evidentemente chi lo compie è nel giusto se è della stessa squadra o fà parte di una tifoseria affiliata.
Vista la piega che stà prendendo il tifo credo non sia eresia domandarsi se sia giunto il momento di vietare le trasferte. Il Dio pallone non può rivendicare per sè il sacrificio di morti e feriti cui ci stà abituando in questi ultimi tempi.

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Marzo 25, 2008

Di fronte alla brutale repressione del governo cinese ai danni dei manifestanti a favore di una maggiore libertà in Tibet è giusto indignarsi. Occorre però chiedersi quali siano gli strumenti giusti per fare pressione su Pechino affinché questa cominci a rispettare i diritti umani non solo dei tibetani ma anche degli altri cinesi dissidenti. Sono convinto che boicottare le prossime olimpiadi sia un grave errore. I giochi che si terranno questa estate a Pechino sono una grande occasione per i tibetani per dare visibilità alla loro condizione e alle loro proteste. Gli stessi avvenimenti di questi giorni non avrebbero avuto la stessa risonanza se non ci fosse stato a fare da catalizzatore il collegamento con l’imminente evento a cinque cerchi. Ridimensionare le olimpiadi avrebbe come conseguenza non solo il togliere ai tibetani un importante occasione per uscire dalla loro situazione di persecuzione silenziosa ma darebbe l’alibi al regime cinese per procedere a un ulteriore giro di vite nei confronti degli oppositori cui verrebbe facilmente imputata la responsabilità dell’eventuale insuccesso dei giochi. Dunque i tibetani diverrebbero un comodo capro espiatorio da dare in pasto al popolo cinese, rafforzando così all’interno il potere comunista e producendo così un risultato contrario rispetto a quanto preventivato dai sostenitori del boicottaggio contrario a ciò che si proponeva. E non è un caso che proprio il Dalai Lama a invitare a non scegliere la soluzione del boicottaggio per manifestare solidarietà al popolo tibetano. Intendiamoci però: qualora Pechino non si mostri nei prossimi mesi alcuna volontà di venire incontro alle esigenze del Tibet, solo allora sarebbe opportuno usare la minaccia della diserzione in massa dalle olimpiadi come misura ultima per far venire i comunisti cinesi a più miti consigli. Ma ricorrervi subito rischia di fare apparire spuntata quest’arma di pressione nel momento in cui la sua efficacia sarerbbe massima e cioè a poche settimane dall’inizio dei giochi. Fino ad allora si proceda con manifstazioni di protesta volte a sensibilizzarre l’opinione pubblica mondiale come quella compiuta dagli attivisti di Reporters Sans Frontieres in occasione dell’accessione della torcia a Olimpia

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