Ero un estimatore di Antonio Di Pietro. Lo ero per gli indubbi meriti che gli attribuivo da magistrato nello scoperchiare il marciume della classe politica ai tempi dei Tangentopoli, per il suo parlare schietto a dispetto di chi ironizzava sulla sua difficoltà a padroneggiare la lingua italiana, per un certo senso pratico poco incline al politichese. Ora mi piace meno: quel suo ostentato riferirsi nei tempi recenti alla casta ( come se lui facesse parte dell’ordine dei francescani mendicanti) mi sa tanto di demagogico tentativo di cavalcare il vento dell’antipolitica. E poi ci sono le dichiarazioni di oggi alla Camera durante le dichiarazioni di fiducia al governo Berlusconi. L’attacco a Berlusconi e’ in particolare sulla giustizia: ‘Lei e’ sceso in politica per i suoi interessi personali e giudiziari. Lei vuole una giustizia forte con i deboli e debole con i forti. A suo uso e consumo. Lei e’ in conflitto di interessi con se stesso’. Giustizialismo e antiberlusconismo a brachetto. Inutile discutere la validità dei suoi argomenti perchè essi sono vecchi: Berlusconi ha risolto i suoi problemi giudiziari ( conta poco come li abbia risolti); quanto al conflitto di interessi occorre domandarsi perchè Di Pietro che è stato per due legislature al governo con il centrosinistra non abbia mostrato allora lo stesso ardore nell’affrontare il tema. Spera veramente che sarà Berlusconi adesso che è al potere ad affrontare la questione contro i suoi interessi? O forse mira a prendere qualche applauso in più da chi vede il Cavaliere come il diavolo? Inoltre quel che è peggio questi argomenti non interessano agli italiani in questo periodo di magre economiche. Di Pietro quando affronta il problema della giustizia ha in mente Berlusconi. I cittadini invece hanno in mente il problema della lunghezza dei processi, del fatto che per on concludere una causa cvile ci vuole una vita. Di Pietro dunque non rappresenta certo un problema per Berlusconi che non è mai stato così forte sul piano personale non avendo problemi con la giustizia e avendo risolto il suo conflitto di interessi. Rischia invece di diventarlo per il PD , traghettando su di sè gli umori antiberlusconiani e girotondini della sinistra radicale che Veltroni aveva cercato di sopire con la sua scelta di correre da solo e che ora sembrano presentarsi sotto le spoglie del partito dell’Italia dei Valori.
Presidente del Consiglio
Silvio Berlusconi
Sottosegretari di Stato alla Presidenza del Consiglio
Gianni Letta
Paolo Bonaiuti (Editoria)
Gianfranco Miccichè (CIPE)
Carlo Giovanardi (Famiglia, Droga, Servizio civile)
Vittoria Brambilla (Turismo)
Aldo Bancher ( Federalismo)
Rocco Crimi (Sport)
Maurizio Balocchi (Semplificazione normativa)
Ministri senza portafoglio
Rapporti con le Regioni
Ministro: Raffaele Fitto
Sottosegretario:
Attuazione del Programma
Ministro: Gianfranco Rotondi
Pubblica amministrazione e l’Innovazione
Ministro: Renato Brunetta
Sottosegretari:
Pari opportunità
Ministro: Mara Carfagna
Sottosegretario:
Politiche Comunitarie
Ministro: Andrea Ronchi
Rapporti con il Parlamento
Ministro: Elio Vito
Sottosegretari:
Riforme per il Federalismo
Ministro: Umberto Bossi
Sottosegretario:
Politiche per i Giovani
Ministro: Giorgia Meloni
Sottosegretari:
Semplificazione Normativa
Ministro: Roberto Calderoli
Sottosegretari:
Non chiamatemi Cassandra per aver previsto con largo anticipo che a Giuseppe Pizza, fedele alleato di Berlusconi sarebbe stata assegnata una poltrona da sottosegretario . Non si tratta evidentemente di doti di preveggenza ma del fatto che i sistemi italici di distribuzione delle poltrone non hanno segreti per nessuno. D’altronde il manuale Cencelli nelle sue varie rivisitazioni è uno dei best sellers tra i nostri politici che non sapranno chi è Badoglio, faranno fatica a ricordarsi la data dell’unità d’Italia ma miracolosamente ri quando si tratta di redistribuirsi incarichi e prebende mostrano insospettato ingegno. Ed ecco che Giuseppe Pizza ha ricevuto il meritato premio per aver rinunciato stoicamente al suo diritto di far rinviare le elezioni dopo aver vinto il ricorso contro le disposizioni che lo avevano inizialmente visto escluso dalla tenzone elettorale.
Và detto che un plauso và fatto anche al Cavaliere che è riuscito ad accontentare tutti con soli 37 sottosegretari. Se si pensa alle oltre 100 poltrone che Prodi aveva dovuto elargire con il suo governo non si può notare un piccolo passo avanti ( simbolico evidentemente) nella riduzione dei costi della politica.
Ci si divide su come giudicare l’intervento di marco Travaglio alla trasmissione TV ” Che tempo che fà” in cui ha lanciato accuse infamanti al presidente del Senato Renato Schifani reo di avere avuto rapporti nel passato con personaggi legati alla mafia. Da una parte politici di entrambi gli schieramenti hanno fortmente criticato l’intervento del giornalista, dall’altra molti suoi colleghi gli hanno espresso solidarietà in nome della libertà di stampa.
Personalmente io do della faccenda una diversa chiave di lettura: Marco Travaglio si è specializzato nella ricostruzione mediatica dei processi penali di vari personaggi . E fin qui può piacere o meno ma ci può stare: la cosa grave avviene quando lui si mette a sputare sentenze di condanna o assoluzione via etere. E quando i magistrati concordano con le ricostruzioni da lui fatte sono degli eroi ( vedi de Magistris) quando invece smentiscono il suo impianto accusatorio ( vedi il gip che ha stabilito il non doversi procedere contro Mastella) allora non nasconde sdegnosamente il suo disappunto.
Nel caso specifico Travaglio ha potuto lanciare in diretta tv un’accusa infamante contro Schifani come quella di essere amico dei mafiosi senza che questi potesse ribattere alle sue teorie. Non ho alcuna simpatia nè politica nè personale per Schifani. Il problema è che anche lui come uomo ha diritto di vedere tutelata la propria onorabilità da insinuazioni tanto gravi quanto sibilline: Travaglio non ha precisato in che cosa consisterebbero queste presunte amicizie mafiose di Schifani. ha rimandato a un libro di Lirio Abbate intitolato “I complici” e allora è presumibile che si riferisse a un fatto descritto in quel libro e relativo alla Sicula brokers società che vedeva tra i soci fondatori nel 1979 oltre a Schifani e la Loggia personaggi poco puliti come l’imprenditore Benny D’Agositino e Nino Mandalà. Peccato che Schifani avesse lasciato tale società già dopo il primo anno, e che i guai giudiziari dei suoi ex soci sono sopravvenuti molto tempo dopo e non hanno nulla a che fare con la Sicula Brokers: Mandalà è stato arrestato nel 1998 ed è tuttora sotto processo per mafia; Benedetto ”Benny” D’Agostino nel 2006 è stato condannato in via definitiva a tre anni e 10 mesi per concorso esterno in associazione mafiosa. Ma il giornalista sostiene che Schifani dovrebbe spiegare la natura di queste amicizie: a chi? Mi chiedo io. Non certo ai magistrati visto che la vicenda SiculaBrokers non ha alcuna relazione con i guai giudiziari dei vari D’agostino e Mandalà. Forse Travaglio auspica un bel processo mediatico in cui Schifani venga sottoposto alla pubblica gogna per aver avuto rapporti risalenti a trent’anni prima e ripeto senza alcuna rilevanza penale? si torna al solito discorso: poichè Schifani non può essere condannato per via giudiziaria lo si sputtani per via mediatica. Il processo in TV al posto di quello in aula. Quella amministrata dagli umori della piazza non è esattamente il mio modello di giustizia. Ma evidentemente visto il sondaggio del quotidiano La Stampa che si schiera con Travaglio c’è una quota importante dell’opinione pubblica che ama questo modo di procedere incivile . E a chi mi obietta che tali vicende potrebbero avere rilevanza politica io ribatto che per valutare politicamente Schifani non è necessario ricorrere a queste forme di squallido giacobinismo:basta prendere in considerazione il celebre Lodo che prende il suo nome e che voleva garantire l’immunità e la sospensione i processi in corso per le cinque più alte cariche dello Stato. Provvedimento dichiarato poi incostituzionale per chè violava il principio di uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge.
Si è chiusa senza troppa gloria la crisi diplomatica con la Libia sulla questione Calderoli. La vicenda era emersa il 2 maggio quando il figlio del leader libico Saif El Islam aveva minacciato serie ripercussioni nei rapporti bilaterali italo-libici qualora il nuovo governo Berlusconi avesse avuto al suo interno come ministro calderoli reo di essersi presentato tempo fà con una maglietta giudicata da Tripoli offensiva per l’Islam. Berlusconi aveva sperato di risolvere le cose relegando Calderoli a un ruolo di secono piano nell’esecutivo ma questo non ha soddisfatto il governo libico che ha colto la pallaa al balzo minacciando di non tenere fede agli accordi coooperativi per il contrasto all’immigrazione clandestina. La situazione sempre più ingarbugliata costringeva Calderoli a fare un’ulteriore passo chiedendo scusa per l’episodio che fu allora oggetto della discordia: “Sono sinceramente rammaricato per le vittime degli scontri di Bengasi di qualche anno fà provocati da un’interpretazione non corretta - di cui rinnovo le scuse - di alcune mie dichiarazioni”. Così il ministro per la Semplificazione amministrativa Roberto Calderoli è tornato sulla vicenda che ha provocato tensioni con la Libia e ha aggiunto: “Come uomo politico e Ministro della Repubblica nutro il più profondo rispetto per tutte le civiltà e sono convinto che il dialogo con quella islamica sia un tema imprescindibile dei nostri tempi”. “Le relazioni tra Libia e Italia sono improntate al reciproco rispetto. Sono certo che saranno sempre più costruttive e mi adopererò personalmente perché ciò avvenga”, ha continuato l’esponente della Lega sottolineando che “il governo italiano, e in particolare il Ministro degli Esteri e il Ministro degli interni, intendono intensificare -anche attraverso l’ Europa- la collaborazione con la Libia”. Tripoli si dichiarava soddisfatta della genuflessione del leghista duro e puro, e dichiarava il caso chiuso. Resta il grave fatto dell’ingerenza della Libia in un affare interno italiano e che questa intromissione sia passata in cavalleria. Tra l’altro ritengo che non ha nulla da insegnarci un governo come quello di Gheddafi che che in passato organizzava attentati terroristici e ora lascia partire dalle sue coste i barconi degli scafisti pieni di disperati per poi usarli come arma di ricatto presso l’Italia per ottenere qualche dollari in più. E chiudo riconoscendo a D’Alema che, in molte altre occasioni avevo criticato, di essersi comportato da perfetto uomo di Stato nel difendere le prerogative della nostra sovranità.
Il ministro per le pari opprtunità è Mara Carfagna: forse non tutte le donne si potranno identificare in lei, sicuramente gli uomini avranno di che lustrarsi gli occhi. Poi c’è Claudio Dcajola noto per aver dato al povero Marco Biagi del rompiballe, premiato a sua volta con la poltona delle attività produttive. E Gainfranco Rotondi all’attuazione del programma, l’ultima ruota del carro della Dc ( quella vera, la balena bianca per intenderci) che potrà vantarsi con i propri nipoti di avercela fatta a diventare ministro. Cosa c’è di meglio per i beni culturali di Sandro Bondi che ha estasiato l’Italia con i suoi panegirici per i Cavaliere? Maria Stella Gelmini alla ricerca: sarà brava almeno a cercare i numeri nell’elenco telefonico? Dopo Schifani alla Camera , l’altro lustrascarpe di Silvio, Elio Vito è piazzato a curare i rapporti con il parlamento. Angelino Alfano lo conoscono proprio in pochi, Wikipedia stà appena creando un’abbozzo alla relativa voce, però era il coordinatore regionale di Forza Italia in Sicilia, riserva indispensabile di voti: é dunque giusto affidargli la Giustizia per combattere con efficacia la Mafia.
Si salvano Sacconi al Welfare, Frattini agli esteri e forse Maroni , anche se io avrei preferito Pisanu all’Interno. Per Tremonti che dire: dovremo aspettarci nuovi condoni? Brunetta, il migliore economista del centrodestra è stato relegato alla funzione Pubblica. Misteri delle nuovi edizioni del manuale Cencelli…
Inizia male l’esperienza di Gianfranco Fini come presidente della Camera. Riguardo all’omicidio del giovane Nicola Tommasoli brutalmente pestato da cinque neonazisti di Verona Fini si è limitato a dichiarare che i fatti di Torino in cui è stata bruciata la bandiera di Israele “sono molto più gravi”. Mi domando ( e mi piacerebbe chiederlo anche Fini) come si possa fare una classifica di grvità di fronte a fatti di tale violenza barbara in cui ci scappa anche il morto. Credo che la terza carica dello stato avrebbe il dovere di spiegare che cosa volesse intendere con quella frase a mio parere infelice, anzitutto ai familiari del ragazzo ucciso. A mio parere sottovalutare questo tipo di episodi è un errore e il presidente della Camera invece di fare queste banali classificazione avrebbe il dovere di interrogarsi e interrogare sul perché la violenza tra i giovani ( di matrice politica o meno) sia in preoccupante aumento. Inoltre c’è un fatto politico che rende ulteriormente gravi queste dichiarazioni: ossia che qualcuno potrebbe strumentalizzarle inducendo a pensare che si sia trattato di un rigurgito di corporativismo nero da parte di Fini e che questa omissione abbia il secondo fine molto più grave di minimizzare volutamente gli atti criminali di persone legate all’estrema destra.
La decisione del viceministro Visco di pubblicare in rete le dichiarazioni dei redditi per il 2005 di tutti gli italiani è una sorta di testamento politico di questo governo. Di fronte all’alt del garante della privacy che sottolineava come il metodo di diffusione fosse in contrasto conil quadro normativo della materia il viceministro dell’economia si è giustificato dicendo di aver applicato la legge. Sono certo che Visco sia in perfetta buona fede ma è proprio questo il problema: è da questo tipo di approccio che si capisce perché il governo Prodi passerà alla storia come uno dei più impopolari della storia italiana. Negli altri paesi questo tipo di informazioni o non sono pubbliche come in Germania, o sono consultabili solo su liberatoria oppure sono resi noti solo i dati degli evasori: diffondere in maniera così capillare dati che dalla maggioranza delle persone vengono considerati delicati testimonia dell’incapacità di intuire che la questione ancor prima che sul piano legale va affrontata su quella del rapporto che lo Stato vuole creare con il cittadino . Ovverosia scegliere se mostrare la faccia inquisitoria e moralista del potere pubblico che vuole stanare il reietto evasore per metterlo alla pubblica gogna oppure sviluppare un clima di fiducia e collaborazione che parte dal presupposto sacrosanto che le tasse si devono pagare perchè con esse il cittadino gode dei necessari servizi di pubblica utilità . E a questo punto bisognerebbe domandarsi se il cittadino goda veramente di servizi in misura adeguata al carico fiscale sopportato. E ancora chiedersi perché il governo non abbia utilizzato le maggiori entrate derivanti dalla lotta all’evasione, per ridurre come promesso le tasse a chi già le pagava profumatamente invece di dilapidarne una parte nella redistribuzione di presunti tesoretti. E infine perché per rimettere in sesto i conti pubblici non abbia utilizzato a fianco della leva fiscale una politica di riduzione della spesa pubblica a partire dai mille sprechi e inefficienze che caratterizzano la pubblica amministrazione. Il dubbio legittimo è che non si volesse troppo scontentare quella parte di elettorato del pubblico impiego tradizionalmente legata al centrosinistra a danno invece del popolo delle partite IVA meno prossimale politicamente. Se Visco and company invece che crogiolarsi nelle loro certezze legalistiche si fossero posti per tempo questi e altri interrogativi forse qualche voto in più lo avrebbero preso….
Da sinistra sento gridare allo scandalo per la vittoria di Alemanno a Roma. Il fascista picchiatore che guida la capitale d’Italia? Ma che vergogna!!! Peccato che Alemanno è sempre stato assolto con formula piena da tutte i processi che lo hanno coinvolto mentre dall’altro molti non possono vantare una fedina altrettanto immacolata…..
E poi si dice che Alemanno non ha mai preso le distanze dal fascismo… nulla di più falso!!! riporto un brano preso dal suo sito personale in cui parla della svolta di Fiuggi: Proviamo a fare una storia della destra sociale, prima e dopo il famoso Congresso di Fiuggi di Alleanza nazionale del 1995 […] A suo giudizio, quali sono i passaggi davvero importanti sanciti a Fiuggi?
Il primo passaggio è il superamento, accentuato e visibile, di ogni atteggiamento “giustificazionista” e nostalgico nei confronti dell’esperienza fascista. A Fiuggi è stata sancita la scelta definitiva e consapevole verso i valori democratici, non solo con la condanna di ogni forma di autoritarismo e totalitarismo – per non parlare della ripulsa assoluta di ogni forma di razzismo e di antisemitismo, ripulsa già presente nel vecchio Msi – ma anche superando anche ogni equivoco di tipo organicista. Dico questo perché quasi nessuno nel Msi pensava di riproporre il regime autoritario fascista, ma permaneva una sorta di diffidenza nei confronti della “democrazia dei partiti”, immaginando come correttivo praticabile forme di “partecipazione” di tipo organico e corporativo, uno “Stato etico” più presidenzialista che autoritario, ma comunque segnato da atteggiamenti pedagogici e paternalisti. A Fiuggi invece si sancisce definitivamente l’idea che la “democrazia dei partiti” sia indispensabile come unica garanzia del pluralismo politico e del rispetto dei diritti della persona. Un’altra conseguenza del superamento dell’organicismo è il pieno riconoscimento dell’economia di mercato come formula economica più giusta ed efficiente rispetto al dirigismo e allo statalismo. Certo, già da allora si comincia a parlare di economia sociale di mercato, guardando al “modello renano” di capitalismo come alternativa al liberal-liberismo di stampo thatcheriano e al turbocapitalismo delle multinazionali.
Io personalmente trovavo molto più scandaloso che nel governo Prodi ancora ci fosse ancora chi si rifacesse ad un’ideologia , quella comunista che nel XX° secolo ha causato 85 milioni di morti e che vi fossero nella maggioranza esponenti come Diliberto che si rifanno a Lenin e continuano a spacciare il mito della Cuba castrista dove gli oppositori al regime sono messi in carcere. Ma si sà che quando si tratta di mostrare i propri scheletri nell’armadio la memoria si fà debole.
In breve si giudichi Alemanno per come governerà: il problema è che per molti dei suoi avversari ciò richiederebbe uno sforzo di onestà intellettuale troppo grande che ne metterebbe a serio rischio l’equilibrio mentale.
la vittoria di Alemanno segna una svolta dopo 15 anni di indiscusso dominio del centrosinistra nella capitale ma sopratutto costringe il PD ad interrogarsi sul proprio modo di fare politica dopo che alla disfatta delle politica si aggiunge anche il rovescio nelle amministrative romane. Se pronosticare Alemanno sindaco di Roma er abbastanza difficile tuttavia già alla vigilia del voto era evidente la perdita di consenso del PD nella capitale. Infatti il fatto che già al primo turno Rutelli avesse vinto di soli 5 punti rispetto al trionfo del 2006 di Veltroni che aveva conquistato la poltrona di sindaco senza dover aspettare il ballottaggio e con quasi il un quarto dei voti in più doveva destare allarme nel PD e così è stato. Fin troppo però: la reazione del clan di Rutelli , nel timore di perdere la capitale, si concretizzava in un proseguo di campagna elettorale all’insegna dell’allarmismo per il pericolo del ritorno del fascista e di accuse velate quanto infamanti alla destra di essere stata la mandante dello stupro subito pochi giorni prima del voto da un ragazza del Lesotho. Si è trattata della classica buccia di banana, un esempio di cattivo gusto di un vecchio modo di impostare le campagne elettorali basandosi sulla demonizzazione dell’avversario che da molti cittadini è stato anche recepito come una presa in giro, un modo superficiale di affrontare un tema sentito come quello della sicurezza. E proprio a questo riguardo viene chiamato in causa sopratutto Veltroni, reo di aver rinunciato ad affrontare la questione crimnalità nell’ultimo periodo di mandato da sindaco, troppo impegnato nel lanciarsi nell’avventura del PD. E c’è già chi a sinistra vorrebbe oassare subito alla resa dei conti con Walter. Rutelli per parte sua è apparso a molti elettori la classica minestra riscaldata, il politico che non potendo puntare a qualcosa di meglio si accontenta e si presenta con l’atteggiamento di chi vuol farti un favore a candidarsi. I romani non hanno accettato questa incapacità dei democratici di presentare un alternativo nuova per la loro città e il cambiamento hanno deciso di cercarselo a destra. A Alemanno il compito di dimostrare che la loro scelta è stata giusta.