IL DOPPIO PREZZO DELLA MATERNITA’

febbraio 9, 2010

Indagine dell’Osservatorio Sda Bocconi

Sul lavoro sono considerate bravissime, acute e intelligenti. Ma quando arriva la maternità sono tutti pronti a cambiare idea.

Nel 2005, secondo un’indagine della Camera di Commercio di Milano, il 76% dei dirigenti pensava che le donne meritassero più posti di responsabilità. Eppure per il 77% degli stessi dirigenti, la maternità sul lavoro rappresenta un handicap. A distanza di cinque anni e’ cambiato qualcosa? E’ convinto di no Maurizio Ferrera, autore di “Fattore D. Perché il lavoro delle donne farà crescere l’Italia” (Mondadori): “si tratta di un ghiaccio talmente spesso che farà molta fatica a sciogliersi – spiega il professore di Scienza politica all’università degli studi di Milano – da un lato bisogna sperare che cambi il clima, ma dall’altro bisogna utilizzare il martello per aiutare la rottura. Purtroppo anche le aziende che assumono associano alla donna il rischio di dover un giorno sottoporre la propria organizzazione a un affaticamento. Ed evitano il reclutamento. Per lo stesso motivo non si pensa alle donne per ruoli di responsabilità”.

Ma quanto cosata effettivamente alle aziende la maternità? E’ la domanda a cui ha cercato di dare una risposta l’Osservatorio sul Diversity Management della Sda School of Management che su quest’argomento ha realizzato un’indagine su un campione di 134 grandi aziende oltre i 300 dipendenti. Interrogati i direttori del personale si sono tutti affrettati a dire che “si, la maternità costa troppo”. Sul quantum però nessuna risposta. “Ci avevano lasciato uno spazio bianco sul questionario – spiegano Simona Cuomo e Adele Mapelli, coordinatrice dell’Osservatorio, che dall’analisi realizzata hanno pubblicato il libro “Maternità quanto ci costi?” edito da Guerini e Associati – per cancellare questo stereotipo abbiamo deciso di fare i calcoli effettivi. Il risultato? La maternità rappresenta lo 0.23% del totale dei costi di gestione del personale. E il perché e’ presto detto: l’indennità economica per la maternità obbligatoria di cinque mesi e’ pagata dall’Inps ed e’ pari all’80% della retribuzione media globale giornaliera percepita nell’ultimo mese di lavoro. Stesa cosa succede per la “facoltativa”, ora chiamata congedo parentale: alla mamma spetta il 30% dello stipendio, che anche in questo caso viene pagato dall’Istituto di previdenza.

Cos’e’ dunque a carico dell’azienda? “L’affaticamento organizzativo – spiega Adele Mapelli – la sostituzione, la formazione per la sostituzione, il reinserimento della mamma al lavoro, le eventuali assenze non programmate, l’incertezza relativa alla possibile perdita di capitale umano”.

FONTE: CORRIERE DELLA SERA


I salari lordi degli italiani sotto la media europea

gennaio 9, 2010

Non è solo un problema di tasse. È vero che l’ imposizione fiscale fa del suo meglio, ma se le buste paga degli italiani, che nel 2008 secondo i dati anticipati dal Corriere della Sera, hanno denunciato un reddito medio di 19.100 euro, sono tra le più basse in Europa e tra i Paesi industrializzati, è colpa anche dei salari lordi troppo bassi e dei contributi sociali molto alti che gravano sui lavoratori e sulle imprese. E un po’ anche dell’ università che in Italia, a differenza di moltissimi altri Paesi, non rappresenta un investimento redditizio per ottenere salari più alti nella carriera lavorativa. Secondo le ultime classifiche dell’ Ocse gli stipendi netti degli italiani sono al ventitreesimo posto nella classifica dei trenta Paesi più industrializzati che aderiscono all’ organizzazione. E se si considera lo stipendio al lordo delle ritenute fiscali e dei contributi, la nostra classifica migliora solo di una posizione. A parità di potere d’ acquisto, lo stipendio di un lavoratore italiano single senza figli è pari a 30.245 dollari, e nella graduatoria Ocse siamo davanti solo alla Repubblica Ceca, l’ Ungheria, il Messico, la Nuova Zelanda, la Polonia, il Portogallo, la Slovacchia e la Turchia. E nella classifica che considera il salario netto, pari per un italiano a 21.374 dollari, ci supera pure la Nuova Zelanda. La nostra distanza dalla testa della classifica, che vede al primo posto per il salario netto la Corea (39.931 dollari), seguita da Regno Unito (38.147) e dalla Svizzera (36.063), è siderale. Ma siamo molto lontani anche dalla Germania (29.570 dollari) e dalla Francia (poco più di 26 mila). Per farla breve, basti considerare che i salari lordi italiani sono più bassi del 32,3% rispetto alla media dell’ Europa a quindici. Naturalmente, siamo ben sotto la media dei 30 Paesi Ocse, con un 16% per cento abbondante in meno. Le differenze del salario tra gli italiani e i loro concittadini europei appaiono ancor più macroscopiche se si considerano i valori assoluti degli stipendi: 26.191 euro lordi per un lavoratore medio italiano, 32.826 per un francese, 43.942 per un tedesco e poco meno per un olandese. Solo spagnoli, greci e portoghesi, ma senza considerare l’ inflazione, le tasse ed i carichi sociali previdenziali, sono dietro. E il peggio è che con il tempo, da noi, le cose stanno peggiorando. In vent’ anni, secondo uno studio dell’ Organizzazione Internazionale del Lavoro, il valore degli stipendi degli italiani rispetto al prodotto interno lordo è diminuito di quasi il 13%, contro una flessione media dell’ 8% registrata nei 19 Paesi più avanzati. I salari reali, secondo l’ agenzia dell’ Onu, considerati a parità di potere d’ acquisto, sono crollati in Italia di quasi il 16% tra il 1988 ed il 2006. Il calo più forte, manco a dirlo, che si è registrato tra i primi undici Paesi industrializzati del mondo, superiore pure a quello della Spagna (-14,5%). Colpa delle tasse, ma non solo. Pesano, e tanto, anche i contributi sociali. In particolare quelli a carico dei datori di lavoro: nella classifica Ocse l’ Italia è addirittura ventiseiesima, seguita solo da Svezia, Repubblica Ceca, Ungheria e Francia (dove però c’ è una tassazione del lavoro più bassa). Fatta la somma, la pressione tributaria complessiva sulla busta paga media di un italiano è pari al 46,5% del costo del lavoro, ed è più alta solo in Germania, Belgio, Austria e Francia. Così l’ Italia occupa la posizione numero 19 nella graduatoria del costo del lavoro: con un valore di 39,9 siamo quasi alla metà della Germania (61,6) e di gran lunga sotto la Francia (51,2). Anche se negli anni il nostro Paese non pare proprio che sia riuscito a sfruttare questo vantaggio competitivo. Sul banco degli imputati, allora, vanno pure le imprese ed il sistema dell’ istruzione. E anche qui è l’ Ocse ad illuminare con luce tetra la situazione del nostro Paese, uno dei pochi al mondo dove una laurea non garantisce affatto salari dignitosi e dove le imprese sembrano assai poco disposte a premiare la manodopera più qualificata. E le donne. Anche se sono dei geni. Tra il 1998 ed il 2004 in Italia il differenziale di stipendio tra un lavoratore laureato ed uno che ha fatto solo la scuola dell’ obbligo, è diminuito del 6,2%, del 5% se si considerano i lavoratori con il diploma di scuola secondaria superiore. È, ancora una volta, la flessione più consistente che si è registrata tra i 22 Paesi più industrializzati del mondo. Ma non è l’ ultimo record negativo, perché a parità di livello di istruzione con gli uomini, le donne italiane sono quelle che guadagnano meno di tutte rispetto agli altri Paesi industrializzati del mondo. In media, il 50% in meno

Sensini Mario

Pagina 008/009
(4 gennaio 2010) – Corriere della Sera


Gli incidenti e i morti sul lavoro:indifferenza e costi sociali

giugno 14, 2008

Contro le morti bianche si grida continuamente “al lupo, al lupo”. E nonostante il lupo dell’insicurezza sui luoghi del lavoro continui a divorareil suo pasto sacrificale di vittime, si rimane alle solite dichiarazioni di principio cui segue un periodo di silenzio indifferentefino a quando una nuova strage non provoca nuovi morti. E dalla vicenda tragica della Thyssen che si sente la litania delle buone intenzioni a cui non seguono mai i fatti: la sicurezza nel lavoro continua in Italia ad essere un optional. L’ultimo dato INAIL aggiornato al 2006 parla di 1341 morti l’anno. E questa scarsa cultura coinvolge anche i lavoratori che spesso rifiutano di indossare cinture nei ponteggi o caschi di sicurezza perché li trovano scomodi ( Dichiarazione di cui il sottoscritto è stato più volte diretto testimone). Ma il problema principale rimane mancanza di controlli di cui gli imprenditori approfittano per trascurare il rispetto delle norme sulla materia e per risparmiare qualche soldo. E quando avverrà l’incidente oltre alla tragedia personale di vittima e familiari vi sarà anche il conseguente costo sociale che dovrà essere sopportato dai contribuenti: si è calcoltato che gli infortuni sul lavoro costano allo Stato 45,5 miliardi di euro l’anno circa quattro leggi Finanziarie, il 3,2% del Pil ( dati INAIL 2005).


Quando il primo maggio ha davvero senso….

maggio 1, 2008

Buon primo maggio ai precari, ai disoccupati e e a chi è in nero: per loro l’art 1 della costituzione è una presa in giro!

Buon primo maggio a chi crede che la festa sia andare al concerto di San Giovanni. Il momento del ritorno alla realtà arriva per tutti prima o poi!

Buon primo maggio agli assenteisti e ai nullafacenti, che festeggiano tutto l’anno perché non sanno cosa significhi il lavoro:

Buon primo maggio ai sindacalisti che difendono gli illicenziabili ma che se ne fregano dei più deboli.

Buon primo maggio alla classe politica, la categoria degli stakanovosti per eccellenza….

Buon primo maggio a chi in pensione è andato a 40 anni e a chi non ci andrà nemmeno a 70 se tutto và bene ( per chi?). Così cambia il mercato del lavoro…

Buon primo maggio ai giovani che cercano lavoro ma non hanno esperienza e ai datori di lavoro che cercano giovani ma già con esperienza.

Buon primo maggio a chi è troppo qualificato per trovare lavoro in Italia e se ne và all’estero. con buona pace della fuga dei cervelli

Buon primo maggio ai familiari delle vittime di incidenti sul lavoro. Per loro questo è il giorno più lungo…


SVIMEZ: per I laureati meridionali è un impresa trovare lavoro.

agosto 28, 2007

Spesso al Sud la laurea non basta per trovare lavoro. A 3 anni dal titolo di studio, 1/4 dei laureati trova lavoro grazie alle conoscenze.  Il 40% dei laureati meridionali che a 3 anni dal conseguimento del titolo di studio lavora, e’ stato costretto a emigrare al Nord. sono i risultati di un’indagine condotta dall’Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno, su 55 mila laureati residenti al Sud al momento dell’iscrizione all’Universita’ ne lavoravano dopo 3 anni 34.500. Ma se 20.700 ha trovato impiego nelle regioni di appartenenza sono circa 13.800 quelli che invece lavorano nelle regioni del Nord. Risultati allarmanti ma non sorpendenti: Il mezzogiorno non dà alcuna speranza di futuro ai suoi giovani: o hai una raccomandazione oppure vai al Nord. anzi alternative ce ne sono due: fare il manovale in nero o cercare protezione presso una famiggglllia mafiosa e diventare amico degli amici ….

 FONTE: STORIA E POLITICA


ISTAT: falsa l’equazione legge Biagi precariato

agosto 20, 2007

Caruso aveva definito Marco Biagi un assassino dei precari. Beppe Grillo considera la legge che porta il nome del giuslavorista assassinato dalle brigate rosse all’origine della degenerante sviluppo delle forme di lavoro prevario e malpagato. Affermazioni discutibili, che sembrano ulteriormente messe in crisi dall’uscita dei dati ISTAT sul lavoro relativi al primo trimestre del 2007. Leggi il seguito di questo post »


UNIONCAMERE: CON MENO TASSE AZIENDE ASSUMONO

agosto 19, 2007

Una riduzione delle tasse e del costo del lavoro indurrebbe ad assumere nuovo personale il 9,3% delle imprese che non prevedono di farlo. Il dato emerge da una ricerca di Unioncamere e del ministero del Lavoro su un campione di oltre 100.000 imprese. Quelle che ritengono di non essere in grado di fare assunzioni sono scese al 64%, rispetto al 68% di un anno fa. Tra queste sono aumentate quelle che non lo fanno a causa della situazione congiunturale (42,9% contro il 39,3% nel 2006).

fonte:ANSA 


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