Gli show di Gheddafi danneggiano la dignità dell’Italia

agosto 31, 2010

I limiti invalicabili
per il buon nome del Paese

Fu Indro Montanelli a spiegare che talvolta bisognava votare «tappandosi il naso». Gli interessi economici di tutti gli Stati, anche delle democrazie liberali, applicano un identico pragmatismo. Pensiamo ai rapporti degli Usa con la Cina, che non è certo la patria dei diritti umani. Pensiamo agli europei, italiani compresi, che per il gas e il petrolio trascurano i vizietti autoritari della Russia o la natura non esattamente democratica delle monarchie del Golfo. Non dobbiamo dunque scandalizzarci se l’Italia e il suo governo (peraltro ci provarono anche quelli precedenti, di destra e di sinistra) hanno teso tutt’e due le mani a un interlocutore tirannico, dal passato tenebroso e bizzarro come Muammar Gheddafi.

Non dobbiamo neppure, visto che da questa tolleranza ricaviamo un notevole tornaconto, essere eccessivamente intransigenti sulla forma propria delle visite di Stato, e ritenerci perciò offesi da quel che è stato benevolmente definito «folclore». In questi tempi di vacche magre fare business con chi se lo può permettere e portare in Italia i relativi benefici (sperando che tali davvero siano) è cosa che vale ampiamente qualche distrazione protocollare. Tanto più che Berlusconi, visto che di lui si tratta, per favorire l’azienda Italia ha chiuso con Gheddafi l’interminabile contenzioso coloniale e post coloniale, e non ha, come erroneamente si dice, «sdoganato » la reproba ed ex terrorista Libia perché a questo l’Occidente aveva già disinvoltamente provveduto prima della firma del Trattato di Bengasi.

Eppure, anche se è ragionevole e conveniente «tapparsi il naso» e accogliere Gheddafi nel modo migliore, crediamo che l’Italia di Berlusconi abbia sbagliato nel superare, o nel lasciare che venissero superati, limiti che dovrebbero essere considerati invalicabili perché collegati al buon nome del Paese e alla sua credibilità sulla scena internazionale. Erano presenti Berlusconi e quasi tutto il suo governo, ieri, quando Muammar Gheddafi ha lanciato quello che è difficile non definire un ricatto all’Europa. Per fermare l’immigrazione clandestina nella Ue, ha spiegato, la Libia deve ricevere almeno cinque miliardi di euro l’anno. Altrimenti risulterà impossibile controllare il flusso di milioni di esseri disperati, e l’Europa si ritroverà nera come l’Africa.

È vero che il leader libico non ha indicato scadenze, non ha precisato i termini dello scambio. Ma ha affermato (e noi rimaniamo speranzosi in attesa di smentite) di muoversi con il sostegno dell’Italia. Come se la ben pagata rappacificazione bilaterale gli offrisse ora l’occasione di alzare la posta, di chiedere soldi a tanti mettendo loro alla gola il coltello dei clandestini. Erano presenti Berlusconi e quasi tutto il suo governo anche quando Gheddafi — che nel frattempo aveva strizzato l’occhio ai padroni di casa appoggiando un seggio italiano nel Consiglio di sicurezza dell’Onu — ha disegnato la sua visione del Mediterraneo. Un mare di pace, e va bene. Un mare che va salvato dall’inquinamento, e va bene. Un mare nel quale deve esserci dialogo tra sponda nord e sponda sud, e va benissimo. E poi, ecco la ciliegina: un mare da sottrarre ai «conflitti imperialistici», nel quale possano muoversi soltanto le navi militari dei Paesi rivieraschi. Chissà se Gheddafi pensava in astratto. Perché in concreto l’unica forza «straniera» dislocata nel Mediterraneo è la VI Flotta statunitense, che ha le sue basi, guarda caso, in Italia.

Tutto «folclore», tutte stranezze di un leader che è sempre stato diverso? Chi vuole crederlo lo creda. Ma a noi pare di rivedere semplicemente il Gheddafi di sempre, quello pre-Trattato con l’Italia, quello che ha sempre tenuto la corda tesa per ricompattare il suo fronte interno e ha sempre monetizzato gli interessi altrui. Se necessario con un non troppo velato ricatto, come accade nei confronti di una Europa che conosce bene, e affronta male, la questione dell’immigrazione clandestina. E non finiscono qui, le grandi questioni che la visita del leader libico ha sollevato e che fanno da contraltare alle nostre convenienze economico- energetiche. Gheddafi si fa predisporre una platea in fiore per auspicare che l’Islam diventi la religione dell’Europa. Concetto per nulla scandaloso, dal momento che ognuno è libero di auspicare il trionfo anche planetario della propria religione.

Ma Gheddafi il suo proselitismo lo fa a Roma, capitale della cristianità. E lo fa ospite di Berlusconi, che polemizzò a suo tempo con la Francia perché la laica Parigi non voleva che nella poi fallita costituzione europea venissero menzionate le radici giudaico-cristiane. Questo numero Gheddafi lo aveva già recitato in occasione della sua prima visita a Roma. Si poteva e si doveva prevedere, e prevenire, la sua ripetizione. Anche perché sorge spontanea una domanda: come reagirebbe il medesimo Gheddafi se il capo dello Stato italiano si recasse a Tripoli e lì, nell’ambasciata d’Italia ma davanti a una folta platea libica appositamente riunita, auspicasse la cristianizzazione di Libia e dintorni? Poi c’è quel tipo di forma che diventa sostanza. Passi, lo abbiamo detto, per gli aspetti circensi.

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Ma è sbagliato inserire tra le stranezze del colonnello anche la ripetuta convocazione di centinaia di hostess alle quali esprimere, appunto, il desiderio di estendere le fortune islamiche. Come si è giunti a queste riunioni che per la loro evidente selettività di sesso e di estetica offendono le donne? Chi ha finanziato una ricerca tanto accurata e tanto difficile (pensiamo alle implicazioni in materia di sicurezza)? Qualora venisse invocato il rispetto dell’extraterritorialità (gli incontri hanno avuto luogo in sedi libiche), quale parte hanno svolto le autorità italiane? Se si considera che è sempre aperta la ferita delle intese sui respingimenti degli immigrati clandestini provenienti dalla Libia (il numero degli arrivi in Italia è effettivamente diminuito, ma la sorte di quei disgraziati rimandati al mittente rimane più che incerta nei poco ospitali campi di Gheddafi), la nostra impressione è che il conto del dare e dell’avere avrebbe potuto, anzi avrebbe dovuto essere fatto meglio. Anche tappandosi il naso.

Franco Venturini
31 agosto 2010


Bolivia: Morales rieletto presidente

dicembre 9, 2009

I cinque milioni di boliviani chiamati alle urne si sono
espressi. i primi risultati danno il socialista Evo Morales
in vantaggio con il 63 per cento dei voti, contro il 35 per
cento ottenuto dal suo principale avversario, Manfred Reyes
Villa, ex militare e governatore provinciale. Il primo
presidente indigeno della Bolivia ha battuto per la seconda
volta i rivali conservatori, promettendo di accelerare il
cambiamento del Paese al servizio del popolo. Si è votato
anche per la composizione della nuova Assemblea
plurinazionale, il massimo organo legislativo nato con la
nuova costituzione approvata con un referendum.


In Germania vince la Merkel. In soffitta la Grande coalizione

settembre 28, 2009

Dopo quattro anni di governo si avvia alla fine la grande
coalizione in Germania. La cancelliera cristianodemocratica
Angela Merkel formerà un nuovo esecutivo con i liberali
della Fdp. Nelle elezioni di ieri per il rinnovo del
parlamento, la Cdu ha ottenuto solo il 33,8 per cento dei
voti, conquistando 239 seggi su 622, ma potrà contare sui
93 seggi della Fdp, che con il 14,6 per cento ha raggiunto
il miglior risultato della sua storia. Il voto è stato
invece una disfatta per la Spd, che ha ottenuto il 23 per
cento, perdendo 11 punti percentuali rispetto al 2005. Al
momento i socialdemocratici non hanno nessuna prospettiva
di governo nonostante i buoni risultati della Linke (11,9
per cento) e dei Verdi (10,7 per cento).

FONTE:FAZ


L’alleanza tra Venezuela e Iran suggellata dal petrolio

settembre 7, 2009

Nel suo ultimo giorno di visita a Teheran, Il presidente
venezuelano Hugo Chávez ha incontrato l’ayatollah Ali
Khamenei. Il principale leader politico e spirituale
iraniano ha affermato che “l’Iran e il Venezuela devono
rafforzare la loro cooperazione e creare un fronte
indipendente rispetto agli Stati Uniti”. Khamenei ha
parlato dell’importanza di incrementare la collaborazione
bilaterale nei settori dell’industria, della finanza,
dell’economia e dei trasporti. Hugo Chávez ha definito
“fruttifero” anche l’incontro con il presidente Mahmoud
Ahmadinejad. I due leader hanno firmato un accordo che
prevede l’esportazione, da parte del Venezuela, di
ventimila barili di petrolio al giorno a favore dell’Iran.


la Libia celebra i quarant’anni di potere di Gheddafi

settembre 1, 2009

La Libia celebra oggi i quarant’anni al potere del
colonnello Muammar Gheddafi. Per l’occasione sarà
proiettato un video che esalta il colonnello come eroe
nazionale e paladino del mondo arabo e si conclude con
l’arrivo di Abdul Baset Ali al Megrahi a Tripoli in un
bagno di folla. Il video rischia di creare nuove tensioni
con Gran Bretagna e Stati Uniti che hanno condannato il
rilascio al-Megrari, detenuto in un carcere scozzese per
l’attentato di Lockerbie del 1988, e criticato
l’accoglienza trionfale che ha ricevuto in Libia. L’unico
capo di stato europeo presente alle celebrazioni di oggi
sarà il presidente della Repubblica di Malta, gli altri
invieranno delle delegazioni ufficiali. È previsto inoltre
l’arrivo di numerosi leader africani e del presidente
venezuelano Hugo Chávez

http://www.lemonde.fr/


Il Giappone del partito democratico, si avvicina a Pechino e si allontana dall’America

settembre 1, 2009

Il nuovo Giappone? Più vicino a Pechino, più lontano da Washington

di claudia astanita

Quello dei democratici di Yukio Hatoyama è  un successo senza precedenti.

Le elezioni del 30 agosto hanno tutti gli elementi per passare alla storia per la svolta data al paese. Dopo aver accettato 54 anni di dominio liberaldemocratico, gli elettori del Sol Levante hanno deciso di dare una chance a chi, pur senza esperienza, ha promesso di far uscire la nazione da una delle crisi economiche e sociali più profonde della storia giapponese.

I democratici si sono aggiudicati la maggioranza assoluta alla Camera Bassa, dove controllano ora 308 seggi su 480. Ai liberaldemocratici ne sono rimasti solo 119, circa un terzo rispetto a quelli di cui disponevano prima delle elezioni. Le rimanenti poltrone se le sono aggiudicate esponenti di partiti minori, ma anche con il loro sostegno -molto difficile da ottenere visto che si tratta per lo più di forze di sinistra- la nuova leadership liberaldemocratica, tutta da ridefinire dopo le dimissioni del premier uscente Taro Aso, riuscirà a fare ben poco per far sentire la sua voce.

Cosa potrebbe cambiare con Hatoyama alla guida del Giappone? Se il Presidente Barack Obama “attende di lavorare con il nuovo primo ministro su una vasta gamma di questioni globali, regionali e bilaterali”, il neo-eletto premier democratico aveva già annunciato in campagna elettorale la volontà di consolidare l’alleanza strategica con gli Stati Uniti “su basi più egualitarie” e di rinegoziare gli accordi che regolamentano la presenza militare americana sul suolo nipponico.

A conferma della volontà di muoversi in maniera più indipendente da Washington, Tokyo ha anche ipotizzato la sospensione della missione antiterrorismo della Marina nazionale nell’Oceano Indiano. Infine, per uscire dall’isolamento regionale Hatoyama ha intenzione di promuovere una politica di distensione con i vicini asiatici, a partire da Cina e Corea del Sud, vale a dire i paesi che, a sentire il leader democratico, potrebbero trasformarsi nei pilastri di un nuovo schema di integrazione regionale di sapore europeo.

Ma prima di pensare ad approfondire il regionalismo in Asia e ad allontanarsi dagli Stati Uniti, storico partner-protettore del partito liberaldemocratico, Hatoyama dovrà trovare i fondi per onorare il “contratto” che ha firmato con i giapponesi, che da oggi aspettano fiduciosi i contributi di 2.300 per ogni figlio, la cancellazione delle tasse scolastiche per gli alunni fino a 14 anni, la creazione di un milione di piccole e medie imprese, l’aumento di salari e pensioni minime, la riduzione delle tasse, e il contributo di 7,3 miliardi di Euro per gli agricoltori, con la certezza che la riduzione degli sprechi nella pubblica amministrazione non basterà a mantenere la parola data.


Mosca revoca misure anti terrorismo in Cecenia

aprile 17, 2009

La Cecenia è tornata un Paese apparentemente normale dalla mezzanotte di oggi, quando Mosca ha revocato il regime di alta sicurezza antiterrorismo in vigore negli ultimi dieci anni, che dovrebbe portare al ritiro di 20 mila uomini. Una decisione per certi versi storica, che segna la fine di un conflitto iniziato nel 1994 e costato due guerre, decine di migliaia di vittime e profughi, una lunga stagione di abusi e una striscia di attentati clamorosi, come quello del teatro Duvrovka e della scuola di Beslan. Mosca può ora vantarsi di aver raggiunto il suo obiettivo di normalizzare la situazione, anche se l’emergenza terrorismo sta riesplodendo nelle confinanti repubbliche caucasiche del Daghestan e dell’Inguscezia. Ma il vero vincitore alla fine appare il trentatreenne presidente ceceno Ramzan Kadyrov, l’ex guerrigliero indipendentista filo islamico imposto dall’allora presidente Vladimir Putin come uomo forte del Paese per garantire la stabilizzazione, sulla base di un patto che prevede lealtà in cambio di una ampia autonomia di gestione. La democrazia è rimasta un optional. Non è un caso che Kadyrov sia stato il primo a felicitarsi per una decisione che certifica come la Cecenia sia diventata un Paese pacifico, invitando gli imprenditori ad investire e i giornalisti a girare liberamente. Le autorità hanno già chiesto che l’aeroporto di Grozny diventi scalo internazionale. Era stato il presidente russo, Dmitri Medvedev, il 27 marzo scorso, a disporre la revoca del regime speciale antiterrorismo in Cecenia, che comporterà il ritiro di circa 20 mila soldati russi, anche se ne resteranno 30 mila dislocati su base permanente. L’annuncio è stato dato ufficialmente oggi dal capo del comitato nazionale antiterroristico, Aleksandr Bortnikov, che è anche il direttore dei servizi segreti russi (Fsb). Con questa mossa, Medvedev volta una pagina che aveva danneggiato l’immagine della Russia e rafforza la propria immagine di leader nuovo e pragmatico, sulla scia delle ultime aperture in tema di democrazia, opposizione, ong, giustizia. Un’immagine che gli consentirà di rilanciare meglio le relazioni con gli Usa, in vista del primo summit con il presidente americano Barack Obama in luglio a Mosca. Non saranno comunque dimenticate presto le due guerre contro Grozny, costate circa 100 mila morti ceceni (il 10% della popolazione) e diverse migliaia di vittime russe. Il primo conflitto contro l’indipendenza cecena, proclamata nel 2001 dal presidente Giohkar Dudaiev, fu scatenato nel 2004 dall’allora presidente Boris Ieltsin e si concluse nel 1996 con un accordo che lasciò a tale repubblica una indipendenza di fatto. Ma dopo una ondata di attentati in Russia attribuiti al movimento indipendentista, e un attacco contro la repubblica del Daghestan, nel 1999 l’allora premier Vladimir Putin lanciò un’ operazione antiterrorismo che contribuì alla sua popolarità ma che suscitò nel mondo intero una nuova indignazione: la seconda guerra russo-cecena diventò teatro di sequestri, torture, arresti arbitrari, massacri. Abusi denunciati con forza da Anna Politkovskaia, la giornalista di Novaia Gazeta uccisa a Mosca nel 2006, e per i quali Mosca è stata ripetutamente condannata dalla Corte europea dei diritti dell’uomo. Se i combattimenti su larga scala si sono conclusi nel 2002, e nel 2003 la Cecenia ha visto trionfare i sì al referendum sulla sua appartenenza “inalienabile” alla Russia, la guerriglia cecena ha continuato la sua battaglia con una serie di attentati spettacolari: come la presa di ostaggi al teatro Duvrovka di Mosca (130 morti nel 2003) e alla scuola di Beslan, in Ossezia del nord (334 morti nel 2005). Tutti i principali capi guerriglieri, tuttavia, sono stati eliminati, alcuni in circostanze ancor oggi poco chiare: da Dudaiev, ucciso da un missile teleguidato ‘mirato’ contro il suo telefono cellulare, ad Askal Maskhadov, da Samil Basaiev fino a Sulim Iamadaiev, freddato a fine marzo a Dubai. Forse la fine del regime antiterrorismo è legato anche a questa morte: Iamadaiev era rimasto l’ultimo nemico irriducibile di Kadyrov.


La Thailandia sull’orlo della guerra civile

aprile 14, 2009

In Thailandia continuano le proteste dei sostenitori dell’ex primo ministro Thaksin Shinawatra che chiedono le dimissioni dell’attuale governo guidato da Abhisit Vejjajiva. Durante gli ultimi scontri tra forze dell’ordine e manifestanti l’esercito ha aperto il fuoco contro la folla, ferendo almeno 70 persone. Sono giorni che la Thailandia è in preda alle violenze. Il 10 aprile per ragioni di sicurezza il primo ministro Vejjajiva ha dovuto annullare un vertice dei capi di stato dell’Associazione delle nazioni del Sudest asiatico (Asean) che avrebbe dovuto svolgersi a Patalaya, una città turistica sulla costa.

FONTE: INTERNAZIONALE


La francia destina fondo per risarcire le vittime dei test nucleari

marzo 24, 2009

( ANSA)Il ministro della Difesa francese, Hervé Morin, ha presentato il piano di risarcimento per le vittime dei test nucleari della Francia, dotato di un budget iniziale di 10 milioni di euro per il 2009. I rappresentanti delle vittime contaminate nei test effettuati nel deserto del Sahara e in Polinesia dal 1960 al 1996 hanno accolto con soddisfazione l’annuncio, pur mantenendo alcune riserve. “Tredici anni dopo la fine dei test nel Pacifico e la ratifica da parte della Francia del trattato che vieta i test – ha dichiarato Morin in una conferenza stampa – era ora che il nostro paese fosse in pace con se stesso”. Per il ministro, che ha presentato le grandi linee di un progetto di legge che sarà depositato in parlamento entro giugno e che aveva anticipato in un’intervista a Le Figaro, il dispositivo sarà “giusto” e “rigoroso”, basato su una “totale trasparenza”. Il risarcimetno potrà riguardare “alcune centinaia di persone” sulle 150.00 tra lavoratori civili e militari che parteciparono al totale dei 210 test nucleari francesi. I dossier – ha detto Morin – saranno esaminati da un comitato di esperti presieduto da un magistrato che dovrà poi fare una proposta entro sei mesi. Le 18 malattie conseguenza dei test sono ricavate dalla lista ufficiale proposta dalle Nazioni unite sul tema.


Israele. Gli ultaortodossi al governo

marzo 23, 2009

Israele, il partito ultraortodosso Shas nel governo di Netanyahu. Il partito ultraortodosso Shas ha firmato un patto di coalizione con il primo ministro designato di Israele Benjamin Netanyahu. L’accordo prevede l’assegnazione a Shas di quattro ministeri. Il leader del partito Eli Yishai sarà ministro degli interni e vice primo ministro. Gli altri ministeri assegnati agli ultraortodossi sono quello della casa, quello della religione e un ministero senza portafoglio ancora da stabilire


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