Il Boicottagio delle olimpiadi di Pechino danneggia il Tibet
Marzo 25, 2008
Di fronte alla brutale repressione del governo cinese ai danni dei manifestanti a favore di una maggiore libertà in Tibet è giusto indignarsi. Occorre però chiedersi quali siano gli strumenti giusti per fare pressione su Pechino affinché questa cominci a rispettare i diritti umani non solo dei tibetani ma anche degli altri cinesi dissidenti. Sono convinto che boicottare le prossime olimpiadi sia un grave errore. I giochi che si terranno questa estate a Pechino sono una grande occasione per i tibetani per dare visibilità alla loro condizione e alle loro proteste. Gli stessi avvenimenti di questi giorni non avrebbero avuto la stessa risonanza se non ci fosse stato a fare da catalizzatore il collegamento con l’imminente evento a cinque cerchi. Ridimensionare le olimpiadi avrebbe come conseguenza non solo il togliere ai tibetani un importante occasione per uscire dalla loro situazione di persecuzione silenziosa ma darebbe l’alibi al regime cinese per procedere a un ulteriore giro di vite nei confronti degli oppositori cui verrebbe facilmente imputata la responsabilità dell’eventuale insuccesso dei giochi. Dunque i tibetani diverrebbero un comodo capro espiatorio da dare in pasto al popolo cinese, rafforzando così all’interno il potere comunista e producendo così un risultato contrario rispetto a quanto preventivato dai sostenitori del boicottaggio contrario a ciò che si proponeva. E non è un caso che proprio il Dalai Lama a invitare a non scegliere la soluzione del boicottaggio per manifestare solidarietà al popolo tibetano. Intendiamoci però: qualora Pechino non si mostri nei prossimi mesi alcuna volontà di venire incontro alle esigenze del Tibet, solo allora sarebbe opportuno usare la minaccia della diserzione in massa dalle olimpiadi come misura ultima per far venire i comunisti cinesi a più miti consigli. Ma ricorrervi subito rischia di fare apparire spuntata quest’arma di pressione nel momento in cui la sua efficacia sarerbbe massima e cioè a poche settimane dall’inizio dei giochi. Fino ad allora si proceda con manifstazioni di protesta volte a sensibilizzarre l’opinione pubblica mondiale come quella compiuta dagli attivisti di Reporters Sans Frontieres in occasione dell’accessione della torcia a Olimpia

Pubblicato da umanesimo
decine di morti tra i i manifestanti, caccia ai reporter occidentali per impedirli di raccontare ciò che stà accadendo ( un cronosta giapponese è stato ucciso), retate notturne della polizia nei monesteri buddisti per punire i monaci che guidano da giorni la protesta. In Myanmar il governo più brutale e corrotto del pianeta resta in piedi grazie alla protezione della Cina (tienanmen insegna..) e l’Onu ovviamente il virtù del vedto di Pechino non può che limitarsi ad improduttive dichiarazioni di condanna. Solo la protesta dell’opinione pubblica mondiale sembra poter scuotere l’apatia delle cancellerie mondiali.
Pegah Emambakhsh è una donna iraniana di quaranta anni che ha commesso un crimine che nel suo paese è punito con la lapidazione: quello di essere lesbica. Pegah Emambakhsh ha cercato rifugio nel Regno Unito nel 2005, dopo che la sau parttner è stata condannata in patria alla lipidazione (non è chiaro, ad ogni buon conto, se la sentenza è stata eseguita o lo sarà in futuro) e dopo che lei a sua volta è stata sottoposta all’arresto, alla tortura e alla condanna a morte per lapidazione della sua partner sessuale . Ma uno dei paesi che si vanta di essere culla del diritto e della civiltà incredibilmenter ha respinto la sua domanda di asilo : secondo i genialoidi inglesi doveva fornire le prove della sua omosessualità. che faceva accludeva alla domanda un filmino porno sulle sue prestazioni nell’intimità ? Magari così i solerti controllori si eccitavano pure….. Stà di fatto che se Pegah torna in Iran sarà sicuramente incarcerata e forse rischierà la lapidazione. Bisogna salvarla e non accettare che l’inclinazione sessuale indivudale posa ancora oggi essere oggetto non solo di discriminazione ma ddirittura considerato iun crimene. Sono dunque d’accordo con chi propone di accogliere Pegah in Italia. Salvare Pegah è un’imperativo morale.


