IL COMPROMESSO VIRTUOSO
di GIOVANNI SABBATUCCI
LA RIFORMA Gelmini è finalmente diventata legge, dopo l’ennesima maratona parlamentare, in un clima decisamente meno teso rispetto alle prime battute del dibattito in Senato. Merito degli studenti che hanno protestato civilmente, del Presidente della Repubblica che ha interloquito con loro usando i toni giusti, della maggioranza che ha messo da parte le improvvide forzature procedurali dei giorni scorsi, dell’opposizione che ha rinunciato a inutili prati-che ostruzionistiche. Sui contenuti della riforma sarà bene tornare a mente fredda quando, varati i regolamenti attuativi, se ne potranno valutare, a regime, gli effetti concreti. E nulla, naturalmente, impedirà al legislatore futuro di correggerla o di migliorarla.
Alcune considerazioni, però, si possono fare sin d’ora. Va detto in primo luogo che la riforma non risolverà da sola i problemi dell’università italiana e tanto meno quelli, più generali, della condizione giovanile. Ma non è certo essa stessa all’origine di quei problemi. In qualche sua parte, al contrario, pub aiutare a risolverli, introducendo nuove e più stringenti procedure di valutazione, ponendo fine alla proliferazione incontrollata di atenei, facoltà, dipartimenti e corsi di laurea, prevedendo misure di contrasto ai casi più clamorosi di favoritismo parentale e baronale. L’ingresso dei privati nella gestione degli atenei — uno dei punti più contestati dal movimento degli studenti — può essere un bene, soprattutto se aiuta a correggere i vizi di autoreferenzialità dell’istituzione e a sopperire con nuove risorse alla carenza degli stanziamenti pubblici. Su altri punti la critica è più che giustificata. Per quanto riguarda il reclutamento dei professori, la novità positiva del ritorno alle procedure concorsuali nazionali è annullata, nell’ultima e definitiva versione del ddl, dal carattere “aperto” delle liste di idoneità (se tutti o quasi sono idonei, a scegliere senza alcun controllo saranno le istanze locali); e la carriera dei docenti, nglle sue fasi iniziali, somiglia ancora troppo a un percorso a ostacoli, privo non solo di certezze (il che sarebbe giusto, stante la necessità di verifiche periodiche), ma anche di qualsiasi continuità. Il sostegno alle università private non è di per sé uno scandalo (un po’ di concorrenza non pub che giovare all’intero settore), ma rischia, così come è formulato, di favorire la crescita di impresentabili fabbriche di diplomi.
L’elenco dei pro e dei contro potrebbe continuare e ognuno naturalmente è libero di stilare il proprio. Mi sembra però arduo sostenere che la riforma rappresenti un peggioramento rispetto all’attuale e desolante status quo; e che contenga elementi tali da giustificare una protesta così forte da parte degli studenti, che ne sono relativamente poco toccati nel bene e nel male, e dei docenti “strutturati”.
*** A lamentarsi dovrebbero essere invece soprattutto i tanti precari di valore che vedono sempre più restringersi non le prospettive di carriera ma le speranze di accesso. Qui entrano in gioco i problemi veri, anzi il problema vero, ossia la scarsità delle risorse, che rischia di compromettere, assieme a tanti buoni propositi, la stessa funzionalità dell’istituzione. È giusto dunque chiedere che queste risorse siano aumentate rispetto ai livelli attuali, molto bassi rispetto alle medie europee. Ma ancor più è doveroso impegnarsi perché siano spese bene, o comunque meglio di quanto non si sia fatto sinora.
Un altro ordine di considerazioni riguarda infine i risvolti politici della vicenda. Col varo della riforma il governo ha indubbiamente centrato un nuovo successo; dopo la risicata fiducia del 14 dicembre. Ma quel successo è stato consentito, o quanto meno facilitato, dall’atteggiamento responsabile dell’opposizione, dal sostegno di Futuro e libertà, dall’astensione dei centristi. Il segnale che ne risulta è abbastanza chiaro: il governo è, nonostante tutto, ancora in grado di governare e di dare respiro alla legislatura. Ma solo a patto che si impegni nelle riforme, che cerchi il compromesso con gli ex alleati, che rinunci agli attacchi a testa bassa contro gli avversari, alle forzature e alle campagne acquisti.


