Se Monti anticipa troppo le carte in tavola

luglio 26, 2012

Monti si indebolisce sempre più di fronte al giochi parlamentati. Dichiarare di non presentarsi alle elezioni è un errore tattico

I TECNICI E LA STRANA MAGGIORANZA
Un traballante sistema anfibio

Giovanni Sartori

Quando il presidente Napolitano insediò un governo tecnico (di tecnici) non era chiaro come quel governo dovesse o potesse governare. In Italia il solo precedente di un’esperienza analoga è stato il governo Dini; ma fu un caso molto anomalo. Quel governo fu indicato al presidente Scalfaro da Berlusconi (quando fu sbalzato di sella a sorpresa da Bossi), e quindi nacque come un esecutivo implicitamente di centrodestra; ma poi Berlusconi gli votò quasi subito contro (era alle prime armi) e la sinistra colse l’occasione per sostenerlo come un governo, appunto, di sinistra. Dini capì esattamente come questa strana genesi non impediva a un governo, appunto, tecnico di governare. E nei limiti di elasticità che la sinistra gli doveva consentire, governò bene. Resta il fatto che il governo Dini fu un caso a sé che non fa precedente.
Tornando a noi, Monti si è trovato d’un tratto insediato a palazzo Chigi per decisione, s’intende, del capo dello Stato, ma anche con il lieto consenso (sì, credo che fosse lieto) di un Berlusconi che si ritirava per non dover affrontare una crisi internazionale che capiva di non avere l’autorità di gestire.
In teoria Monti poteva scegliere di governare, invocando l’emergenza, per decreto e chiedendo sistematicamente la fiducia, oppure di cercare di governare in condominio con il Parlamento. Ma di fatto ha man mano scelto questa seconda via, creando così un sistema anfibio, mezzo carne e mezzo pesce, mezzo acquatico e mezzo terrestre, che ha finito per invischiarlo nei giochetti di un Parlamento che si preparava ad affrontare elezioni particolarmente difficili (per chi vuol restare). Si è detto che Monti non poteva rischiare un voto di sfiducia, e che questo spiega il sistema anfibio nel quale si è cacciato. Ma questa spiegazione non mi convince.
Uno dei ministri del governo Monti, Elsa Fornero, ha più volte dichiarato che un voto di sfiducia manderebbe tutti a casa. Ma non è esattamente così. Se Monti venisse sfiduciato, il capo dello Stato dovrebbe in primo luogo accertare se nell’attuale Parlamento esista la possibilità di governi alternativi. A me non sembra. Se così, il presidente Napolitano è tenuto ad incaricare Monti di restare in carica per il disbrigo degli affari correnti (che, vedi caso, sono e restano «grandi affari») e per gestire le elezioni. Quindi non è necessariamente vero che in tal caso la credibilità internazionale del nostro Paese verrebbe meno. Tantopiù che un Monti che gestisce le elezioni le potrebbe anche vincere. Ha certo il sostegno nell’elettorato (inclusi molti dei molti che non voterebbero) per mettere rapidamente assieme – come fece a suo tempo Berlusconi – un partito di persone nuove e credibili.
Queste sono soltanto mie congetture. Però è vero che Monti si indebolisce ogni volta che dichiara che non si ripresenterà alle prossime elezioni (s’intende come capo del governo, visto che è già senatore a vita). In politica è spesso sbagliato dichiarare anzitempo cosa intendiamo fare. Berlusconi insegna: mai scoprire le proprie carte.


ESM: un trucco cotnabile dietro al nuovo fondo salva Stati?

luglio 24, 2012

Roberto Perotti illustra come il nuovo fondo salva Stati sia poco trasparent e invece di afforntare i i problemi li nasconda sotto il tappetto

Quei debiti «fuori bilancio»
di Roberto Perotti

Ci sono due modi legittimi per ridurre il debito pubblico lordo di un Paese: un avanzo di bilancio o una cessione di asset pubblici. C’è un terzo modo, che è però solo un inganno pericoloso: nascondere il debito fuori bilancio. Senza che nessuno ne parli, i Paesi europei stanno spesso utilizzando questa terza via.

In questi giorni è partita l’ennesima campagna di geremiadi contro la Germania: questa volta è colpa di quei fannulloni dei giudici costituzionali, che si prendono ben 50 giorni (incluse le ferie) per esaminare la costituzionalità del nuovo fondo salva-Stati, l’European stability mechanism (Esm). Ma perché tutta Europa è così ansiosa di sotterrare il vecchio fondo salva-Stati, l’European Financial Stability Mechanism (Efsf)? Dopotutto, e contrariamente alle prime impressioni, non c’è molta differenza fra i due fondi: possono prestare più o meno la stessa cifra, 500 miliardi, e più o meno alle stesse condizioni.
L’entusiasmo per l’Esm ha un altro motivo: esso consente di nascondere i costi dei salvataggi al contribuente europeo. Per prestare un miliardo alla Grecia, il vecchio fondo doveva indebitarsi per un miliardo, che veniva attribuito pro quota al debito pubblico di tutti i 17 membri. Se il fondo avesse prestato tutti i quasi 500 miliardi della sua capacità, il debito pubblico italiano sarebbe aumentato di 78 miliardi, circa il 5 percento del Pil.

L’Esm si finanzia invece con una dotazione di capitale di 700 miliardi. Ma la quota sottoscritta è molto modesta: 80 miliardi divisi tra 17 Paesi. Essa è però sufficiente perché l’Esm sia riconosciuto da Eurostat come un'”istituzione internazionale della UE” che può autonomamente indebitarsi ed erogare aiuti finanziari, incluse “linee di credito”, proprio come una banca che fa leva sul capitale per moltiplicare attivi e passivi; il tutto senza aumentare il debito dei singoli paesi. I restanti 620 miliardi di capitale sono callable capital, che i Paesi possono essere chiamati a versare in caso di difficoltà nel rimborso dei prestiti; anch’essi, in quanto come passività “contingenti”, non entrano nella definizione di debito pubblico. Infine, contrariamente a quanto si pensava qualche giorno fa, solo l’Esm potrà prestare direttamente alle banche, senza transitare dal debito pubblico del Paese debitore.

Il vero segreto dell’Esm è dunque che esso consentirà di fare gli stessi salvataggi di prima, ma senza pesare sui debiti pubblici dei Paesi prestatori e debitori, perché tutte le operazioni sono ora fuori bilancio. In realtà, per il contribuente europeo non cambia nulla. Esso rimane responsabile ultimo degli aiuti elargiti: se il Paese debitore non ripaga, ci rimette il contribuente europeo, esattamente come ora. Questo è un passo indietro pericoloso, perché si riduce la trasparenza e si genera l’illusione di poter ottenere qualcosa dal nulla.
Qualcosa di simile è avvenuto, su scala più piccola, in questi giorni in Italia. Il Ministero dell’Economia ha “dismesso” la Fintecna e la Sace, vendendole alla Cassa Depositi e Prestiti; il ricavato di 10 miliardi verrà usato per ridurre il debito pubblico. Ma la CdP è partecipatata per il 70% dal Ministero dell’Economia, e per il 30% dalle fondazioni bancarie, che sono formalmente enti di diritto privato ma in realtà, come sanno anche i sassi, sono controllate dal settore pubblico. Lo Stato ha dunque trasferito due società dalla sua mano destra alla sua mano sinistra, ma il debito pubblico scenderà, come d’incanto, di 10 miliardi.

Come è potuto avvenire? Semplicemente, perchè dal 2003 la CdP è una SpA e non fa più parte formlmente delle Amministrazioni pubbliche, di cui Eurostat calcola il debito pubblico che leggiamo ogni giorno sui giornali. Ma questa è solo una questione di definizioni. Nella sostanza, queste società rimangono pubbliche esattamente quanto prima, e le loro eventuali perdite stanno sulle spalle del contribuenete esattamente quanto prima. Il presidente di Cdp, Franco Bassanini, obietterebbe che «Cdp non usa risorse pubbliche. Impiega risorse private, i risparmi di 25 milioni di italiani»(vedi Il Sole 24 Ore del 15 luglio). Secondo questa logica, Intesa Sanpaolo non è dei suoi azionisti perchè usa i depositi dei suoi clienti per svolgere la sua attività. E poco consola che anche Francia e Germania abbiano le loro Cdp, e che siano meno capitalizzate e trasparenti della consorella italiana.

L’unico criterio sostanziale per stabilire se si è ridotto il debito pubblico è se si è ridotto il peso sulle spalle del copntribuente futuro. Le alchimie finanziarie, come sappiamo dalla crisi del 2008, nascondono i problemi temporaneamente ma alla lunga fanno solo danni.


Cedere sovranità all’Europa per salvarsi dalla crisi

luglio 23, 2012

per uscire dalla crisi serve più Europa dice Tito Boeri. Sono d’accordo purchè sia un Europa diversa meno tecnocratica e più democratica, aggiungo io

“Una sola strada da percorrere”, di Tito Boeri

Se c’è qualcosa di utile nell’escalation della crisi, questo è l’avere mostrato che le misure adottate al vertice europeo del 29 giugno non sono in grado di evitare il peggio. La Spagna, come candidamente riconosciuto dal governo, a queste condizioni non è in grado di finanziare il suo debito pubblico. L’Italia è messa meglio perché grazie all’azione del governo Monti è oggi percepita meno a rischio della Spagna ed ha gestito meglio le sue aste di titoli. Ma è chiaro che uno spread che non solo non si riduce, ma addirittura si allarga, nonostante una manovra di più di 80 miliardi, è socialmente insostenibile e neanche troppo alla lunga. È bene esserne consapevoli: lo scudo antispread accolto in Italia trionfalmente non può funzionare. Non tanto perché la Corte Costituzionale tedesca si pronuncerà a riguardo a settembre, quanto perché non ha la potenza di fuoco per invertire le aspettative dei mercati. Il nuovo fondo ha in dotazione solo 60 miliardi in più di quello già esistente. Anche quando il nuovo fondo diventasse operativo, sarebbe un invito a nozze per chi scommette sul fallimento dell’Euro, pronto a testare i limiti evidenti nell’azione del fondo. Ciò che può, nei tempi impostici dai mercati, scoraggiare questi comportamenti, è solo l’intervento della Banca Centrale Europea. È l’unica istituzione che ha, sulla carta, possibilità di intervenire senza limiti acquistando titoli dei paesi in difficoltà. Ha l’autorità e l’indipendenza per farlo perché è in discussione l’esistenza stessa dell’Euro. Basterebbe l’annuncio da
parte della Bce di un intervento massiccio, incondizionato nel caso in cui Spagna e Italia non fossero in grado di finanziarsi, a rendere in gran parte non necessari questi acquisti.
Mario Draghi ha oggi la maggioranza nel board per operare in questa direzione. Bisogna che la sua azione sia accompagnata da impegni cogenti dei governi che potenzialmente beneficeranno dei suoi interventi. Ciò che davvero ostacola l’iniziativa dell’Eurotower è il timore degli elettori dei paesi con la tripla A, che i governi che beneficeranno del sostegno della Bce interrompano i piani di rientro del debito. È un timore comprensibile. Anche l’opinione pubblica italiana ha reagito alle notizie sulla crisi del debito della Regione Sicilia temendo che gli aiuti che verranno concessi vengano utilizzati a Palazzo dei Normanni per continuare a tenere a libro paga di “mamma Regione” qualcosa come il 10% degli occupati nell’isola spesso in servizi privi di alcuna utilità sociale, anziché utilizzare le risorse per ridurre il debito.
Cosa si può fare per rassicurare gli elettori dei paesi con la tripla A? Innanzitutto smetterla di prendersela con Angela Merkel che ha, in realtà,
mostrato una certa duttilità nel proporre una via d’uscita e che continua a godere della fiducia di tre quarti dei tedeschi. Il Cancelliere sostiene, a ragione, che non può esserci solidarietà senza controllo, che non possono esserci interventi verso i Paesi deboli senza che questi cedano sovranità. Il punto è proprio questo: definire quali tipi di cessione di sovranità possano rassicurare gli elettori dei paesi con la tripla A risultando al tempo stesso accettabili nei paesi che hanno perso ogni A nei rating. Non si tratta tanto di definire nuove regole di bilancio più stringenti a livello europeo, ad esempio il voto dei Parlamento Europeo sui bilanci dei paesi coinvolti. Queste regole sono facilmente aggirabili dalla politica, come si è visto in Europa con il Patto di Stabilità e Crescita.
Quello che serve è creare le condizioni per cui in futuro il fallimento di uno Stato, anche grande, non metta in discussione le sorti dell’intera Unione Europea. I paesi devono poter fallire, come può fallire la California o lo stato di New York e nessuno si aspetta che Washington intervenga in loro aiuto. Il fatto è che quegli stati possono fallire senza che le loro banche chiudano, senza che i poveri smettano di ricevere assistenza sociale, senza che i dipendenti pubblici che perdono il lavoro possano cercare lavoro in altri Stati. Sono queste cessioni di sovranità – la gestione europea della sorveglianza bancaria, l’assistenza sociale di ultima istanza gestita dalla Ue, la rimozione di molte residue restrizioni alla mobilità della manodopera fra paesi – quelle che potrebbero rassicurare i cittadini con la tripla A senza spaventare quelli dei paesi del contagio. Perché si vada in questa direzione è oggi necessario che i leader europei con investitura popolare più recente, Hollande e Rajoy, preparino le loro opinioni pubbliche a questa evenienza. È anche fondamentale che da noi di questo si parli, anziché aspettare un intervento tedesco che non verrà mai se non ne prepariamo le condizioni. Continuo a sentire appelli a sostenere l’agenda Monti. Fondamentale assicurare gli investitori sulla continuità dell’azione di risanamento dei conti pubblici intrapresa da questo esecutivo. Ma ancor più importante che il governo e i partiti che lo sostengono si pronuncino su quale deve essere la divisione dei compiti fra istituzioni sovranazionali europee e governi nazionali che ci potrà portare fuori dalla crisi dell’Euro.

La Repubblica 23.07.12


Come risolvere lo scontro tra Quirinale e pm di Palermo

luglio 22, 2012

Caro direttore, come uscire dalla situazione incresciosa, ai limiti dello scontro istituzionale, determinata dal caso
“mancino-Quirinale”? C’è una strada che consenta di risolvere in maniera indolore questo incidente di percorso, in modo
tale da salvaguardare al tempo stesso le prerogative dell’istituzione Presidenza della Repubblica e il diritto-dovere dei magistrati di Palermo di proseguire serenamente il loro lavoro? lo credo che ci sia. Mi sembra che sia chiaro a tutti che la registrazione della conversazione intercettata in uscita dal telefono del senatore Mancino, nella quale viene casualmente captata la voce del presidente Napolitano, andrebbe immediatamente distrutta. Si tratta di un imperativo derivante dall’art. 90 della Costituzione, ove sono stabilite le prerogative volute dai padri costituenti a tutela dell’istituzione Presidenza della Repubblica, che è il più alto tra gli organi di garanzia del nostro assetto costituzionale.
La necessità di distruggere questa registrazione non è negata da nessuno e, in particolare, non è assolutamente negata neanche dalla Procura di Palermo, Al contrario, i magistrati di Palermo evidenziano l’esistenza di una lacuna legislativa. Infatti, l’articolo 269 del Codice di procedura penale, che disciplina i casi in cui vanno distrutte le intercettazioni illegali, o comunque non utilizzabili, o superflue, non consente che il giudice per le indagini preliminari (su richiesta del pubblico ministero) lo possa fare in qualsiasi momento e senza il contraddittorio di tutte le parti processuali, quando si tratti, appunto, di distruggere una comunicazione del presidente della Repubblica casualmente captata nel corso di una intercettazione.
In altri termini, la lacuna, legislativa sta nel fatto che il Codice di procedura penale prevede soltanto che tutte le parti processuali (accusa, difesa, parti civili) possano interloquire su quali intercettazioni vadano distrutte in un’apposita udienza che deve collocarsi alla fine delle indagini preliminaii, proprio perché ogni parte processuale possa valutarne la rilevanza o irrilevanza. Ma questa logica, ovviamente, non può valere per una conversazione dove sia stata captata casualmente la voce del presidente della Repubblica, la cui totale inutilizzabilità discende direttamente dall’art. 90 della Costituzione. Questo il legislatore dell’art. 269 non lo aveva previsto, evidentemente perché, non avendo la sfera di cristallo, non poteva prevedere che un giorno potesse verificarsi una situazione anomala come quella che oggi si è verificata.
Ed ecco allora la via d’uscita. Occorre che venga dichiarata la parziale illegittimità costituzionale dell’art. 269 del Codice di procedura penale, per contrasto con l’art. 90 della Costituzione, nel la parte in cui non consente che il pubblico ministero richieda, e che il gip disponga, l’immediata distruzione senza le forme del contraddittorio (normalmente previste da quell’articolo) di una comunicazione del presidente della Repubblica casualmente captata nel corso di una intercettazione.
Un illustre costituzionalista, il professor Ainis, sul Corriere e nella trasmissione Rai3 «Linea Notte», ha affermato che la Procura di Palermo sarebbe incorsa in un errore di diritto quando ha dichiarato di considerare «irrilevante» quella conversazione intercettata, perché così facendo si sarebbe appropriata indebitamente di un giudizio sulla rilevanza che non le spettava. Infatti — secondo il professor Ainis — se il giudizio sulla rilevanza della conversazione captata casualmente nei confronti del presidente della Repubblica fosse rilevante penalmente lo sarebbe «in quanto c’è il reato presidenziale (l’alto tradimento o l’atentato alla Costituzione), ma in tal caso il giudizio di rilevanza spetterebbe alle Camere».
L’affermazione merita una postìlla,. Sicuramente, infatti, la Procura di Palermo, parlando di «irrilevanza della conversazione», intendeva riferirsi non alle parole pronunciate dal presidente (che vanno ignorate tout court, data la loro inutilizzabilità in re ipsa), ma a quelle pronunciate dalla persona sottoposta a intercettazione, senatore Mancino, e sotto il profilo del reato ipotizzato nei suoi confronti. Ciò che conta è che oggi ci troviamo di fronte a una conversazione intercettata di cui è pacifica la totale irrilevanza sotto tutti i profili. Quindi sarebbe relativamente agevole risolvere il problema di oggi attraverso la suddetta dichiarazione di parziale illegittimità costituzionale. E non avrebbe senso domandarsi- come ho sentito fare da qualcuno — «ma allora cosa succede se uno telefona al presidente della Repubblica e confessa un omicidio?». Cominciamo a risolvere il problema di oggi. Se un domani si presentasse anche quest’altro spinoso problema, ne parleremo a tempo debito e a ragion veduta. L’urgenza di risolvere il problema di oggi sta nel fatto che oggi troppa gente sta giocando irresponsabilmente a infangare la figura dell’attuale presidente della Repubblica, dimostrando di non avere la minima idea di quanto sia importante proteggere le istituzioni di garanzia (anche al di là delle persone che le rappresentano) da ogni rischio di delegittimazione.

Giuliano Turone

pubblicato sul Corriere della Sera del 21 luglio 2012


il conflitto sulle intercettazioni

luglio 22, 2012

C’è sbandamento nella società italiana che vede improvvisamente contrapposti valori e simboli che ha sempre collocato dalla stessa parte, nella fisiologica semplificazione dei sentimenti collettivi, che peraltro danno corpo ad una comunità e ad una coscienza civica e nazionale. Inutile qui ricordare cosa il presidente Napolitano abbia rappresentato nella difficile ultima stagione, con il Paese stretto tra la crisi economica e l’avventurismo berlusconiano; come pure inutile rievocare la gratitudine per generazioni di magistrati che in Sicilia e non solo, hanno costituito presidio indipendente di salvaguardia dello Stato, pagando anche un inaccettabile tributo di sangue. Ovviamente il conflitto insorto non riguarda affatto una divaricazione su questi valori. E però la sua straordinarietà, l’inevitabile clamore suscitato, le reazioni anche scomposte che ha generato (ai limiti del vilipendio), ed infine l’attinenza ancorché occasionale con indagini di particolare delicatezza, sono tutti ingredienti che danno corpo allo straniamento che leggiamo sul volto dell’Italia democratica. Ed allora se uno spazio c’è per la soluzione e il superamento del conflitto, esso va praticato senza cedimenti, ma con generosità, nella consapevolezza che in discussione non sono le persone, ma il rispetto e l’attuazione piena della Costituzione. Del resto appartiene alla fisiologia del giudizio di attribuzione, che proprio la sua introduzione agevoli la composizione del contrasto, secondo Costituzione. Oggi la soluzione è più a portata di mano di quanto non si pensi, ed è leggibile, almeno con l’ottimismo della ragione, non solo nel convinto e ribadito incoraggiamento che Napolitano ha rivolto ai magistrati siciliani a proseguire senza remore nella costante ricerca della verità, fosse pure la più scomoda e inquietante, ma anche nelle parole che il procuratore di Palermo Francesco Messineo ha pronunciato, prima nell’intervista a Repubblica, e poi in occasione dellIl procuratore infatti non solo ribadisce la sicura irrilevanza delle intercettazioni che hanno fortuitamente coinvolto il Capo dello Stato ma espressamente riconosce che vi possono essere “soluzioni che magari erroneamente potremmo non aver individuato”. Il tutto in un contesto in cui sia Messineo che Ingroia danno atto che l’incidente sarebbe già pacificamente risolto se soltanto ci fosse un comma normativo richiamabile per disporre l’immediata e diretta distruzione di quella fortuita intromissione nelle comunicazioni del Capo dello Stato. Ebbene, a un esame attento, quella norma c’è. E sono le stesse procure della repubblica di prima linea ad averla individuata in casi sostanzialmente analoghi. Il riferimento è da ultimo alla soluzione che il procuratore capo di Catania Giovanni Salvi ha indicato per la distruzione delle intercettazioni delle comunicazioni a contenuto difensivo che siano state occasionalmente captate, tra indagato e suo avvocato. Ebbene con apposita circolare dell’aprile scorso Salvi ha disposto che in tali casi le intercettazioni non vengano in alcun modo trascritte e se ne avvii senza indugio la distruzione, che il giudice deve disporre di ufficio senza che nessuno ovviamente possa ascoltarle. Il riferimento è all’articolo 271 del codice di procedura penale secondo il quale la distruzione è disposta in via diretta dal giudice (salvi solo i corpi di reato) per tutte quelle intercettazioni la cui stessa captazione, pur avvenuta fortuitamente e quindi in pacifica buona fede, risulti però incompatibile con le leggi e l’ordinamen-e celebrazioni in memoria di Borsellino. to. Condizione questa che anche Messineo e Ingroria risultano ritenere riferibile alle comunicazioni del Capo dello Stato (che è anche vertice delle Forze Armate), allorché rimproverano al Parlamento di non avervi dedicato una norma espressa. Rimprovero non solo condivisibile, ma concepibile soltanto sul presupposto che sia costituzionalmente dovuta una siffatta norma in ragione appunto delle prerogative del Presidente della Repubblica fissate dall’articolo 90. Del resto nessun giudice autorizzerebbe mai l’ascolto di una comunicazione ove per ipotesi si sapesse da prima essere diretta alla persona del Capo dello Stato. I giorni quindi non sembrano passati invano. Dopo che Eugenio Scalfari ha lanciato il tema della corretta opzione interpretativa delle guarentigie costituzionali e dopo la necessitata iniziativa assunta dal Capo dello Stato, risulta oggi matura la condivisione che il nostro ordinamento presuppone, sia pur senza esplicitarla, una sicura inviolabilità delle comunicazioni del Presidente della Repubblica (salvo solo sia posto in stato di accusa). Ma allora, scartata l’ipotesi di qualsivoglia ascolto di quelle telefonate, la procura di Palermo è oggi davanti all’alternativa tra due scelte in fondo non troppo distanti tra loro, ma assai diverse negli effetti. Lasciare aperta la fibrillazione di un conflitto sul quale ogni giorno demagoghi di varia provenienza provano a speculare. Ovvero applicare l’articolo 271 del codice intesa come norma di chiusura in ogni fase della vicenda giudiziaria, per la distruzione di ufficio di tutte le intercettazioni in radice inutilizzabili prima ancora che irrilevanti (sentenza Cass. pen. n. 11077/97), compiendo così la meditata scelta di un potere responsabile dello Stato, impegnato ogni giorno in prima linea sul fronte più delicato della ricerca della verità, che fa tutt’uno con il rispetto dei capisaldi della Costituzione. È vero senz’altro che i magistrati non devono cercare il consenso, ma la chiusura del conflitto, trovata la soluzione, sarebbe un oggettivo, e non marginale, servizio al Paese.

Gianluigi Pellegrini
Da La Repubblica del 21/07/2012.


Il prossimo Berlusconi sarà figlio illegittimo di Marco Travaglio

luglio 21, 2012

E’ inutile, non ci si riesce. Le (buone) ragioni di Giorgio Napolitano non sono comunicabili. Ci si può provare, ma sapendo che ad accettarle saranno in pochi. Nell’Italia delle fazioni, resa isterica da una crisi politica cui si somma una crisi economica, non c’è più spazio per la ragione. Figurarsi per la ragion di Stato. C’era un tempo in cui un presidente del Consiglio (Aldo Moro) poteva chiedere al capo di una procura di scagionare dei terroristi palestinesi arrestati nell’atto di abbattere un aereo. E il magistrato eseguiva, perché la politica, quando è tale, risponde a ragioni a volte superiori anche alle leggi. Oggi Moro verrebbe arrestato, Travaglio sul ‘Fatto’ denuncerebbe «l’ignobile tentativo di legare le mani ai giudici», Di Pietro lo accuserebbe d’aver attentato alla Costituzione. I tempi sono cambiati. Lo Stato è svuotato di sovranità, la politica è impotente e alla dittatura dello spread si somma quella di una morale manichea. Dici che per la Costituzione la legge non è affatto uguale per tutti? Ricordi che il capo dello Stato non è processabile né intercettabile come un qualsiasi cittadino? Osservi che rivolgersi ai giudici costituzionali per dirimere una controversia non equivale a fare un «golpe»? Citi le parole con cui il capo della procura di Palermo assicura che il ricorso promosso dal Quirinale non intralcia le indagini? Ti domandi a chi giovi lasciare che uno sconclusionato sospetto travolga l’unica istituzione ancora autorevole? Vergognati! Sei un servo del potere, un «corazziere belante». Di più: un amico dei mafiosi. E allora alzi bandiera bianca, ti metti sulla riva del fiume e rammenti che il giacobinismo dei primi anni Novanta partorì Berlusconi.
Chissà a chi toccherà, stavolta… Finalmente sorridi.

Andrea Cangini


I punti in comune tra Berlusconi e Grillo

luglio 8, 2012

Mi sono sempre chiesto se Berlusconi leggesse qualcosa. Finalmente ho scoperto che studia i comizi di Grillo (cito Verderami sul Corriere di sabato scorso). Studia nel senso che passa almeno un paio di ore al giorno a visionare i suoi filmati e a leggere testi del suo blog. A detta di Verderami, il Cavaliere lo ritiene «la sua brutta copia». A me non sembra, ma non importa. Importa che Berlusconi si proponga di surclassarlo e di batterlo al suo gioco. E se così fosse prenoto sin d’ora un posto in prima fila per lo spettacolo.

Berlusconi ha capito per primo la forza politica della televisione, e difatti se ne è anche impadronito. Grillo ha capito a sua volta la forza dei blog, e piano piano ha fatto breccia usando questa nuova tecnologia «povera». Ma Berlusconi è arrivato al governo, e ha governato perché ha anche costruito un partito che per quanto «liquido» e mai denominato tale, resta pur sempre un partito, mentre Grillo non costruisce niente. Dichiara a Gian Antonio Stella (su Sette dell’1 giugno): «Diventi un partito quando discuti della struttura. Non va bene. Bisogna discutere all’aperto, con i cittadini. Facciamo l’iperdemocrazia… e il Parlamento deve avere l’obbligo di discutere le leggi popolari che vengono presentate». Presentate da chi? Formulate da chi? In attesa di saperlo, il discorso poggia sul vuoto, poggia pressoché sul nulla.

Però di quel nulla Grillo è il padre-padrone. Per questo rispetto, Grillo è come Bossi, o persino più padre-padrone di Bossi (pre ictus, si intende). Il recentissimo caso di Parma è esemplare. Il nuovo sindaco è un grillino, Federico Pizzarotti. Potrà essere un bravo sindaco che farà, imparerà a fare, il mestiere «pulitamente». Ma anche a lui occorre uno staff . Così appena eletto si propone di nominare Valentino Tavolazzi direttore generale del Comune. La persona è specchiata e, a quanto pare, stimata. Ma il povero Tavolazzi si è permesso, in passato, di esprimere qualche blanda critica su Grillo. E così niente da fare: Grillo pone il suo veto e fa sapere al suo sindaco che il movimento delle Cinque Stelle lo avrebbe sconfessato. Pizzarotti ha dovuto trovare un pretesto per obbedire. Ma l’episodio è, nel suo piccolo, gravissimo.
Il grillismo, nella predicazione del suo capo, è un insieme di critiche quasi sempre ovvie e anche fondate, e di proposte che sono invece troppo spesso o sballate o imbecilli o soltanto demagogiche.

Poco male, dicevo a me stesso. Di una nuova generazione «pulita», anche se impreparata, il Paese ha molto bisogno. E il grillismo, così come ha già fatto il leghismo, potrà fornire soprattutto a livello di Comuni medio-piccoli bravi sindaci e bravi amministratori. Vedi il leghista Flavio Tosi, sindaco di Verona. Ma né Bossi né Grillo possono allevare una classe di governo. Loro sono i primi a non avere nessunissima idea delle complessità nelle quali i governi dell’Occidente si trovano oggi invischiati. Cacciare i politici «ladri», questo sì; ma portare al potere centrale brave persone che però non sanno nulla e sui quali Grillo si propone anche di comandare, questo no. So che così dicendo mi metto fuori gioco. Pazienza. Lo sono già per meriti dì età.

Giovanni Sartori


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